I canovacci della Sartoria

– Teddy, il mio orsacchiotto, mi accompagna in ospedale quando bruciano le mie gambe. Brodo bollente traditore non sarai a vita il mio persecutore. Cresco serena insieme alle mie cosce incandescenti che corrono incontro al vento in una spensierata giornata di mare.
“Ogni riccio, un capriccio” – vocia mia madre, mentre, insolente, richiudo la porta dietro le mie spalle adolescenti.
Indomita e ribelle, non lascio che nessuno governi la mia chioma mossa e rumorosa; nemmeno i pensieri che sbattono fra loro come atomi impazziti e cercano di farsi spazio.
I miei ricci sono tentacoli che si chiudono sopra di me. Sono disorientata. Perdo l’equilibrio.
Ritrovo una parvenza di equilibrio nella guancia rubiconda del mio bambino, che accarezzo senza sosta in uno slancio di tenerezza a me sconosciuto, che mi eleva e riempie il cuore. Una vertigine. Un frammento di felicită.
Poi dimentico tutto, risucchiata dal vortice delle abitudini e incombenze giornaliere.
Un refolo di vento attraversa la finestra aperta e fa svolazzare le tende. Riconosco la vertigine che si fa felicità nella mia mano che stringe quella del mio bimbo, l’altro mio bimbo.
L’attimo è fugace. La sua precarietà è distillata in piccole dosi dal sonaglio prensile a forma di pecorella riverso sul tappeto a pochi passi da me e dal mio piccolino.
Torno presente a me stessa e riprendo in mano il tempo delle cose da sbrigare.
Non faccio che surfare tra le responsabilità materne e un presente ingombrante, fatto di assenze inconsolabili e oggetti da spolverare.
Il vento, amico, vivifica le pagine del libro che sto leggendo. Distratta. Non posso restare chiusa tre le mura di uno studio notarile, attificatore senz’anima. La voglio quell’anima. La seguo mentre si sprigiona dalle pagine del mio libro e si infila tra gli scaffali della libreria.
(…)-

meditazione di ispirazione:

“Non si mette la libra nei libri. La si trova”

(Alan Bennet)

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