(uno stralcio dal laboratorio di Letture Autentiche su e con Paolo Malaguti)

L’uso del dialetto è un tratto fondamentale della scrittura di PM.
Apre al mondo familiare, caratterizzato da spontaneità e intimità, essendo una lingua parlata più che scritta.
Ci abbiamo ragionato molto insieme a PM.
Ci siamo chieste se il dialetto:
▪︎ servisse a definire meglio un personaggio;
▪︎ ad asciugare il testo, attingendo da un registro linguistico più crudo e viscerale;
▪︎ fungesse da scarica elettrica, per chiudere un concetto, un’idea, paralizzando temporanemamente il lettore su quel concetto, quella idea;
▪︎ rappresentasse un fermaporta, che lascia la porta socchiusa, permettendo al lettore di fluttuare tra due universi linguistici.
– Il dialetto – ci racconta PM – è un elemento
trasversale alla mia scrittura. A volte il linguaggio preesiste alla scrittura e mi è capitato di selezionare un racconto sulla base delle opportunità linguistiche che dà -.
Perchè PM “si diverte” a scrivere in dialetto:
due le radici.
La prima radice, familiare, di non uso del dialetto (per vergogna, prima famiglia inurbata, affrancamento sociale) nella sua famiglia di origine una volta trapiantata dalle campagne venete in città, a Padova.
PM scrittore prende coscienza della enorme perdita, nel non utilizzo del dialetto, non solo linguistica e familiare, ma anche folkloristica, di memoria territoriale a cui sarebbe andato incontro.
La seconda radice, letteraria, si rifa a PM lettore, amante di autori come Luigi Meneghello, Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, i quali hanno lasciato dentro di lui segni indelebili. Impossibili da ignorare.
Da un punto di vista più generale e metodologico, inoltre, va detto – aggiunge PM – che le parole in dialetto sono degli attivatori narrativi. Alcune parole le cerco addirittua prima. Le metto in un file e le lascio germogliare -.
Una delle massime di PM:
“Fare carotaggi linguisitci sul paesaggio aiutano l’impianto narrativo”.
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